Come scrivono i Giapponesi?

I tre sistemi di scrittura giapponesi: kanji, hiragana e katakana

Prima di iniziare quest’articolo che sicuramente incuriosirà molti di voi, vi invito ad osservare le parole seguenti.

日本

Si legga Nihon, ovvero Giappone

エリーザ

Si legga Eriiza, ovvero la traslitterazione del mio nome, Elisa

かきます

Si legga kakimasu, ovvero scrivere


Sembra non esserci soluzione di continuità tra gli “stili di scrittura” delle tre figure, non è vero?

Eppure, trattasi a tutti gli effetti di tre diversi sistemi di scrittura adottati dai giapponesi.

Ci stupirà inoltre apprendere che, nonostante la complessità di questo ecosistema, non solo gli ideogrammi e i due alfabeti vengono parimenti utilizzati all’interno di qualsiasi testo (dall’articolo di giornale al più semplice messaggio SMS), ma sono addirittura indispensabili alla comprensione!

Vedrete! Ci innesteremo in un racconto di credenze e storia, un viaggio a dir poco elettrizzante alla scoperta dei tre sistemi di scrittura.

Al termine della lettura di quest’articolo, tutto apparirà senz’altro più chiaro!

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Iniziamo subito con il primo dei tre, quello che affascina e, allo stesso tempo, intimorisce di più chi si approccia alla scrittura giapponese per la prima volta, ovvero…

Gli ideogrammi giapponesi: i kanji

In questo blog e nei nostri social, vi abbiamo spesso mostrato alcune parole scritte in ideogrammi e, sicuramente, sarà fiorita in voi la curiosità: che cosa rappresentano davvero i kanji?

随筆

Zuihitsu, il genere letterario

北海道

Hokkaido, l’isola a Nord del Giappone

古事記

Kojiki, il primo testo scritto giapponese


– Che cosa sono, in fin dei conti, i kanji?

Parlare di ciò che siano effettivamente, non è certo cosa semplice.

Normalmente, vengono definiti come caratteri ideografici (ideogrammi), ovvero segni dotati ciascuno di un significato preciso. Possono rappresentare nomi, di aggettivi, di verbi, ecc., oppure parti di essi.

Negli esempi che abbiamo riportato, parole come zuihitsu (随筆) e Kobe (神戸) sono rappresentate da 2 ideogrammi, mentre Hokkaido (北海道) e Kojiki (古事記) sono costituite da 3. Esistono anche parole composte da un unico carattere e anche parole descritte da 4 o più.

In ogni caso, sarebbe forse un po’ riduttivo dire che i kanji abbiano solo un valore semantico. Essi, infatti, spesso ne riportano anche uno fonografico, quantunque sia rilevabile solo da chi sia madrelingua esperto o particolarmente fluente.

Oltre a ciò, nonostante i kanji veicolino idee e concetti, la semplice conoscenza degli elementi grafici che li compongono non è spesso sufficiente alla corretta comprensione della parola stessa.

Dunque?

L’unica alternativa è quella di impararne a memoria il più possibile…

A questo punto, una domanda sorgerà spontanea.


– Quanti sono i kanji?

La lingua, come sappiamo, è un organismo in continua evoluzione che vive e si rigenera, e quindi, mentre alcuni ideogrammi vengono dimenticati, altri di nuovi vengono introdotti.

Qual è la risposta più corretta e precisa, dunque? Non si sa. Forse 45.000? 50.000?

Tranquillizzerà sapere, però, che nemmeno i Giapponesi li sanno tutti. Esiste, infatti, una lista dei kanji di uso comune (常用漢字, jōyō kanji), pubblicata dal Ministero dell’Istruzione, che ne comprende soltanto 2.136, suddivisi come segue:

  • 1.026 sono i cosiddetti Kyōiku kanji (教育漢字), dove la parola Kyōiku sta per educazione. Si tratta dei caratteri che vengono insegnati nei 6 anni di scuole elementari (6-12 anni).
  • 1.110 sono i caratteri che vengono insegnati negli anni successivi, alle scuole medie e superiori (fino ai 18 anni circa).

In generale, per poter leggere un articolo di giornale, si stima sia necessario conoscerne almeno 3.000.


– Da dove trae origine il sistema degli ideogrammi?

La parola Kanji (漢字) è scritta allo stesso modo di hanzi, vocabolo cinese che indica il sistema tradizionale di scrittura dei caratteri adottato, appunto, in Cina (lett. “caratteri degli Han”, laddove gli Han sono la dinastia che governò il Celeste Impero dal 206 a.C. al 220 d.C.).

In effetti, è proprio da qui, che venne lentamente introdotto a partire dal IV/V secolo d.C. il sistema di scrittura hanzi.

Sovviene una domanda importante: si deve quindi desumere che fino ad allora i Giapponesi non conoscessero e non avessero nessuno dei tre sistemi di scrittura di cui parliamo in quest’articolo?

Esattamente.

—> Lingua orale e lingua scritta

Naturalmente i Giapponesi avevano una lingua locale, ma era unicamente orale. Non esistono infatti, fino a quel periodo, documenti scritti in Giapponese. Tutto ciò che sappiamo, deriva da testimonianze esterne (ad esempio, cinesi).

Lingua orale cinese e lingua orale giapponese erano, dunque, del tutto diverse.

La storia, a quel punto, iniziò a complicarsi. Complice l’introduzione in Giappone delle dottrine confuciane, arrivò nella Terra del Sol Levante, anche la lingua cinese.

Perché diciamo “lingua cinese” e non, più semplicemente, scrittura?

Non avendo mai avuto alcun sistema di scrittura, i Giapponesi si approciarono alla lingua come ad un’unità indissolubile tra scrittura e lingua orale. Non pensarono che i due elementi potessero essere suddivisi (per capire meglio il concetto, la lingua italiana, ad esempio, condivide lo stesso alfabeto con svariate lingue, non solo neolatine, eppure le parole e la pronuncia sono spesso del tutto diverse).

Tornando ai Giapponesi del V secolo d.C., essi utilizzavano due lingue: la lingua scritta cinese, del tutto elitaria, per redigere documenti ufficiali, e la lingua giapponese come lingua orale.

Il problema si presentò quando vollero usare il sistema cinese per scrivere testi poetici e personali, come vedremo nel prossimo paragrafo, dal titolo così suggestivo

—> Il concetto di kotodama, lo spirito della parola

Di derivazione shintoista era la credenza che la parola avesse in sé un suo spirito. La parola stessa, Kotodama (言霊), letteralmente significa “lo spirito della parola”.

L’idea è che il kotodama possa realizzare il significato evocato dalla parola stessa, semplicemente pronunciandola. Una credenza che porta a ritenere che la parola abbia potere sugli avvenimenti e sul mondo stesso, quindi anche sulla fortuna e la buona sorte. Viceversa, evitando parole maligne si potrà evitare anche un destino malevolo.

kotodama lo spirito della parola
Kanji per kotodama (fonte: Pinterest)

Conoscendo tale concetto (del quale sarebbe meraviglioso un approfondimento sulle implicazioni sociali, non trovate?), risulta più comprensibile la difficoltà dei Giapponesi nel trasferimento di emozioni e pensieri più intimi attraverso l’uso di una lingua non solo sconosciuta ai più, ma anche ritenuta priva di kotodama (secondo i Giapponesi, infatti, solo la propria lingua madre possiede quei poteri magico sacrali di cui sopra).

Fu allora che scrittura e lingua orale cinesi iniziarono a essere scissi, quando i Giapponesi decisero di ovviare a tale problema, iniziando ad applicare essenzialmente due regole che vedremo a breve.

—> Come leggere i kanji: lettura kun e on

I Giapponesi, cimentandosi nell’utilizzo dei caratteri cinesi, dopo numerosi tentativi, si risolsero nell’applicazione di due regole.

  • Attribuire ai caratteri importati dalla Cina la lettura in lingua locale (la cosiddetta lettura kun). I Giapponesi, come detto, avevano già la propria lingua orale. Iniziarono dunque a pronunciare quel determinato carattere secondo la propria lingua (prendete con le pinze l’esempio che segue: è come se un italiano che si trovasse di fronte alla parola “dog” la leggesse “cane” perché così si pronuncia in italiano. Il significato resta il medesimo e anche il segno grafico, cambia solo la pronuncia).
  • Utilizzare i caratteri cinesi per il loro valore fonologico, adattando la pronuncia cinese alla propria (la cosiddetta lettura on). Naturalmente i suoni che esistevano nella Cina di allora non erano tutti presenti nella lingua giapponese, anzi. Pertanto, adattarono quei suoni alla propria lingua.

Tali regole sono tuttora utilizzate e coesistono. Per questo motivo, uno stesso kanji può avere due o più pronunce, come possiamo vedere nella tabella seguente.

KanjiLettura kunLettura on
日 (= giorno, sole, luce del sole)hi, bi, kanichi, jitsu
火 (= fuoco, fiamma)hi, bi, hoka
費 (= costo, spesa)tsui(yasu), tsui(eru)hi
氷 (= grandine, ghiaccio)hi, koori, koo(ru)hiou
Esempi di kanji e rispettive letture kun e on

Solitamente la lettura on si utilizza nella lettura di parole formate da più ideogrammi, mentre quella kun è prevalentemente usata nelle parole a sè stanti, ma non è una regola fissa.

– Quindi, i kanji giapponesi e gli ideogrammi cinesi sono i medesimi?

Si e no.

Potrebbe essere abbastanza semplice per una persona di lingua cinese comprendere i rudimenti di un testo giapponese, basandosi solo sulla visione dei kanji. Certamente uno studioso di lingua giapponese che sia di madrelingua cinese è facilitato.

Molti, moltissimi ideogrammi, però, non sono uguali o non lo sono più.

Sebbene la maggioranza di essi sia stata riportata fedelmente dalla Cina, nella stessa Cina poi, nel corso dei secoli, essi hanno subito un importante processo di modifica (molti sono stati semplificati).

Significato in italianoGiapponeseCinese semplificato
Cavallo
Uccello
Lingua, linguaggio
Esempi di ideogrammi importati in Giappone, e successivamente semplificati in Cina

Inoltre, i Giapponesi stessi ne hanno introdotti molti di nuovi che in Cina non esistono: stiamo parlando dei cosiddetti kokuji, ai quali dedichiamo il curioso paragrafo che segue.

—> Gli ideogrammi made in Japan: i kokuji

I kokuji (国字) oppure wasei kanji (和製漢字) sono quegli ideogrammi creati “alla maniera cinese”, ma in Giappone. Solitamente sono caratterizzati dalle medesime componenti degli ideogrammi cinesi, ma abbinati in maniera differente e certamente pittoresca. Naturalmente, presentano la sola lettura kun (anche se, anche qui, esistono svariate eccezioni…).

Vediamone alcuni esempi.
  • 働 è formato dalla parte sinistra (亻) che sta per “persona” + la parte destra (動), ovvero “azione”. Il senso di questo ideogramma è quindi di “una persona che è in azione”. Il significato di questo ideogramma è infatti quello di “lavorare”. Tra le altre cose, questo ideogramma ha entrambe le letture (lettura kun: hatara-ku, on: dou);
  • 鰯 è formato dalla parte sinistra (魚) che sta per “pesce” + la parte destra (弱), ovvero “debole”. Il senso di questo ideogramma è quindi di “un pesce debole” e il significato è quello di sardina (lettura kun: iwashi).

Dopo questa densa panoramica relativa agli ideogrammi, quale fu il motore che spinse i Giapponesi ad inventare due ulteriori alfabeti? Anche qui, sarà doveroso un tuffo nella storia, ripartendo da dove ci siamo interrotti poco fa, ovvero alla necessità dei Giapponesi di avere un sistema di scrittura utile per testi che non fossero necessariamente ufficiali. Ma noi amiamo la storia, non è vero?

L’alfabeto sillabico Hiragana

– Che cos’è lo hiragana?

Come il katakana, lo hiragana (平仮名) è un alfabeto sillabico composto da 46 segni.

Si distingue dal primo per i suoi tratti più gentili e arrotondati, quasi fosse una scrittura corsiva.

Eccone alcuni esempi.

Valore fonetico*HiraganaKatakanaSuono in italianoHiraganaKatakana
AKA
IKI
UKU
EKE
OKO
Le prime dieci sillabe pure degli alfabeti hiragana e katakana
* Il valore fonetico è riportato secondo il Sistema Hepburn
Potete osservare qui tutte le sillabe hirakana e katakana

– Da dove deriva lo hiragana: il Man’yōgana

Raccontando la storia dell’introduzione dei Kanji, abbiamo osservato come poche fossero le persone in grado di padroneggiarne la scrittura.

Inoltre, intorno al V secolo, gli ideogrammi venivano addirittura utilizzati per il loro valore fonologico. Pertanto li si utilizzava un po’ per il loro significato ed un po’ come fossero delle semplici “lettere” (quindi per il loro “suono”). Si trattava di una pratica difficilissima, ostica persino per gli studiosi odierni e prese il nome di Man’yōgana.

Con l’andare del tempo, dal momento che la scrittura rimaneva una competenza di difficile accesso, i tratti complessi degli ideogrammi vennero snelliti ed addolciti fino a giungere all’eleganza dello hiragana.

Naturalmente non fu una pratica semplice e immediata e, inizialmente, fu appannaggio delle sole donne, tanto da essere chiamate anche onnade (dove “onna” significa “donna” e con “de” si intende la “mano”).

Osteggiata per lungo tempo, lo hiragana poi s’impose largamente, contribuendo alla nascita di uno “stile giapponese” in contrasto con quello “cinese” e quindi alla fioritura di una nuova letteratura.

Notiamo quindi che sin da subito, tra i sistemi di scrittura giapponesi a disposizione, agli ideogrammi si affiancò subito anche lo hiragana.

– A cosa serve lo hiragana oggi?

Quando si approccia lo studio del giapponese, solitamente si parte dallo hiragana ancor prima dei kanji. Lo si trova largamente utilizzato anche nei testi dei bimbi, come ad esempio nei libri di favole.

Perché lo si usa?

  • Lo hiragana serve per indicare tutte le parti variabili del discorso (es. passato/presente dei verbi);
  • Viene usato per le particelle che identificano quale parte del nostro periodo sia il soggetto, quale il complemento oggetto, e così via;
  • Viene utilizzato anche come furigana, ovvero piccole sillabe posizionate in prossimità dei kanji per indicarne la lettura.
  • A volte viene utilizzato come sostituto dei kanji più complessi.

– Potremmo scrivere solo in hiragana?

Certamente sì. Come detto, i testi dei bambini sono solitamente scritti solo in hiragana.

I problemi che si presenterebbero sono sostanzialmente due:

  1. La difficoltà di stabilire l’inizio e la fine di una parola (non esistono spazi tra le parole in Giapponese). Naturalmente tale difficoltà sarebbe superata con l’esercizio.
  2. La ricchezza di omofoni presente nella lingua Giapponese. Se ricordate la tabella che vi ho presentato poco fa, quattro kanji dal significato totalmente diverso avevano la medesima lettura. E avrei potuto continuare quella tabella con ulteriori esempi. Se nella lingua orale tale problema può essere ovviato dal contesto, nella lingua scritta ciò è davvero molto più difficile.

Si aggiunge inoltre il fatto che gli ideogrammi garantiscono anche un immediato colpo d’occhio sul testo che ne permette di identificare anche a grandi linee il contenuto.


Ed ora il secondo alfabeto, il katakana.

L’alfabeto sillabico Katakana

– Innanzitutto, cos’è il Katakana?

Come abbiamo raccontato nel paragrafo precedente, il katakana (片仮名) è il secondo alfabeto sillabico, caratterizzato da tratti più rigidi e spigolosi.

La parola katakana scritta in alfabeto katakanaLa parola hiragana scritta in alfabeto hiragana
カタカナひらがな
Katakana e Hiragana a confronto

Nella tabella che segue, vi mostro alcune parole scritte nei due alfabeti, per avere un raffronto diretto. Si tenga presente che questa traslitterazione da hiragana a katakana e viceversa normalmente non esiste, per i motivi che seguiranno nei paragrafi successivi.

Significato in italiano e pronunciaHiraganaKatakana
Italia (pronunciato “Itaria”)いたりあイタリア
Gatto (pronunciato “neko”)ねこネコ
Mamma (pronunciato “mama”)ままママ
Fiume (pronunciato “gawa”)がわガワ
Esempi di traslitterazione da Hiragana a Katakana (normalmente tale processo non esiste)

– L’origine del Katakana

Il katakana è di origine più recente. Intorno al IX secolo, infatti, venne inventato dai monaci buddhisti che ne ricavarono i tratti da stilizzazioni dei caratteri del succitato Man’yōgana. Ad esempio, か (si legga “ka”) divenne カ, き (si legga “ki”) divenne キ, e così via.

– L’uso del Katakana oggi

Il katakana è solitamente il secondo dei sistemi di scrittura giapponesi ad essere studiato.

Ma, se esiste già lo hiragana, a cosa servirà il katakana?

  • La funzione primaria è la traslitterazione, secondo la pronuncia giapponese, delle parole di origine straniera, come “caffè” (コーヒー, si legga “kōhī”), “computer” (コンピューター, si legga “konpyūtā”), oppure “Italia” (イタリア, si legga “Itaria”).
  • Viene spesso utilizzato dai Giapponesi stessi quando si approcciano alle lingue straniere. Sopra alle parole in lingua, infatti, spesso appongono la pronuncia in katakana.
  • Frequentemente utilizzato è anche per tradurre nomi scientifici (come di animali, piante o minerali).
  • I suoni onomatopeici, inoltre, vengono scritti in katakana (ad esempio, ワンワン, letto “wanwan”, rappresenta l’abbaiare del cane).
  • Talvolta, viene utilizzato anche per nomi di aziende giapponesi, anche se esse dispongono anche del nome in kanji (ad esempio, スズキ, letto “Suzuki”, oppure トヨタ, letto “Toyota”).

Il Rōmaji: forse il quarto dei sistemi di scrittura giapponesi?

Ci sarebbe, infine, un quarto sistema, chiamato Rōmaji (ローマ字, lett. “caratteri romani”), ovvero i caratteri dell’alfabeto latino adattati alla lingua giapponese.

Si tratta di un sistema inventato a fine Ottocento dal missionario americano James Curtis Hepburn il quale, pubblicando la terza edizione del suo dizionario anglo-giapponese, propose un nuovo metodo di trascrizione che venne poi chiamato sistema di romanizzazione Hepburn o, più semplicemente, sistema Hepburn.

Naturalmente per chi sia uso all’alfabeto latino, si tratta di un sistema che permette un’immediata lettura.

Come per lo hiragana, però, il problema di un testo in Rōmaji è causato soprattutto dalla larghissima presenza di omofoni che non verrebbero assolutamente identificati dal semplice uso dell’alfabeto latino.


Ecco dunque come appare un testo giapponese oggi.

I tre sistemi di scrittura giapponese leggimee
Esempio di testo giapponese
In Rōmaji: Watashi wa Itaria kara kimasu.
Traduzione: Provengo dall’Italia.

Com’è stato questo primo approccio alla lingua giapponese?

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