Perché gli Ainu sono definiti il “popolo bianco” del Giappone?

Se ti chiedessero a che popolo appartieni, cosa risponderesti?

Probabilmente avresti una risposta abbastanza pronta e definita. Checché le tue convinzioni siano di più piccolo o più ampio respiro, probabilmente risponderesti.

Non sarebbe la stessa cosa per un Ainu.

Se gli facessimo la stessa domanda, probabilmente non risponderebbe. Un Ainu oggi probabilmente non si sente di appartenere davvero al suo popolo.

E tanto sappiamo e conosciamo del Giappone e dei Giapponesi, quanto poco è noto di loro, gli Ainu (アイヌ), il cosiddetto popolo bianco, che pure abita le Terre del Sol Levante da un tempo ben più lungo dei primi.

Gli Ainu sono un popolo sconosciuto alla maggioranza dei viaggiatori della terra del Sol Levante.

Vittima di un processo ben più doloroso e straziante di qualsiasi guerra, sono stati lentamente svuotati della loro cultura, privati delle loro tradizioni. Assimilati.

Quando l’eminente studioso, etnologo e orientalista, Fosco Maraini rivide Ezo, l’antica Hokkaido, nel 1953 e nel 1954, felice di farvi ritorno dopo la durezza della guerra, ben triste fu invece lo spettacolo che gli si presentò ai suoi occhi, lui che aveva vissuto e amato l’isola ed i suoi abitanti:

Gli Ainu, ahimé, erano in un pietoso stato di prostazione (…). I loro ultimi cimeli erano stati venduti ai soldati americani di passaggio. Le loro case si erano trasformate. Molti tiravano a campare mettendo in scena spettacoli di cosiddetta “cultura locale” ad uso e consumo dei turisti, per lo più giapponesi.
Imitazioni di pali totemici, mai visti prima nei villaggi Ainu, accoglievano le persone all’ingresso di questi nuovi commerciali buraku (lett. villaggi). Era tutto assai triste e sconsolante”.
F. Maraini, 1954, The last genuine Iyomande?, articolo il cui manoscritto è conservato presso l’Archivio del Museo delle Culture di Lugano

In quest’articolo, ci proponiamo di dare un primo sguardo a questo popolo, scoprendo chi sia, dove viva, e quali siano gli usi e tradizioni (seguono maggiori dettagli negli articoli correlati).


Capo Ainu, Foto scattata a fine Ottocento.

INDICE

Innanzitutto, dove vive il popolo Ainu?

La sconfinata isola di Ezo, Hokkaido in Giapponese, era (e, in parte, è) la loro terra, ma erano diffusi anche in altre zone tra il Mar di Okhotsk e l’Oceano: le Isole Curili, parte dell’Isola di Karafuto (l’odierna Sakhalin), il sud della Kamchatka e l’area intorno all’estuario del Fiume Amur. Alcuni studiosi ritengono che fossero diffusi fino alla regione di Tohoku, nel nord dell’isola di Honshu.

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La diffusione del popolo Ainu

Ma ora, che ne dite di addentrarci un po’ di più alla scoperta di questo affascinante popolo?

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Chi sono gli Ainu, il “popolo bianco” del Giappone

Nel 2006, in Hokkaido sono stati contati 23.767 Ainu. Altri però vivono oggi nelle altre isole del Giappone, e nei paesi limitrofi, come nell’isola di Sakhalin, in Russia.

Iniziare il nostro articolo, parlando del popolo Ainu come “altro rispetto a noi” è già un modo per manipolare il loro racconto, come direbbe Edward Saïd. Per la verità, si tratta di un modo di pensare che abbiamo per secoli perpetrato nei confronti di ciò che riteniamo essere diverso da noi stessi e, per tornare al nostro ambito di ragionamento, a ciò che releghiamo con il termine “orientale” (orientale rispetto a cosa?).

Gli Ainu sono sempre stati considerati diversi, e inferiori, dagli stessi coabitanti delle loro terre.

Descritti come “di aspetto barbaro” e “selvaggi”, spesso incompresi e per questo giudicati “inferiori”, si parla degli Ainu già nel Giappone del I secolo d.C.. Le loro peculiarità fisiche, in effetti, li rendevano assai interessanti.


Caratteristiche somatiche

Il “popolo bianco”, com’era definito per la neve che ne copriva i villaggi per gran parte dell’anno, è in effetti piuttosto diverso da quello giapponese, anche fisicamente.

Pelle chiara, capigliatura folta e scura ma ondulata; statura bassa ma robusta. La peluria abbondante che li ha resi famosi. Gli occhi sono scuri ma senza la plica mongolica, caratteristica di molte popolazioni dell’Asia orientale.

Il tatuaggio e altre pratiche

Elemento di rilievo era anche la pratica, proibita dal governo nel 1929, per la quale le donne sposate portavano un tatuaggio blu a coprire una zona molto larga attorno alla bocca.

I tatuaggi sono un elemento distintivo nella cultura femminile degli Ainu. Mentre i ragazzi una volta raggiunta la maggiore età si facevano crescere lunghe barbe, simbolo della loro virilità, le donne, invece, coprivano braccia e mani con tatuaggi che recavano motivi richiamanti le famiglie di appartenenza. Una volta terminati, stavano ad indicare che la ragazza era pronta al ruolo di moglie e madre.

I tatuaggi erano creati con una pratica abbastanza dolorosa: la pelle era incisa e poi colorata con la fuliggine della corteccia di betulla bruciata.

Altre pratiche, come la laccatura nera dei denti delle donne, sono state abbandonante già agli inizi del Novecento.

Pare, infine, che l’ultima donna Ainu tatuata sia scomparsa nel 1998 in Giappone.

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Donna Ainu sfoggiante il tipico tatuaggio. Tiene in grembo un cucciolo di orso.

Com’era organizzata la società Ainu?

Il mondo degli Ainu è centrato sulla famiglia. Più famiglie, di norma fino ad una dozzina, sono organizzate all’interno di un villaggio, denominato kotan, fulcro della comunità.

Il capo villaggio è denominato ekashi, un anziano autorevole che supervisiona il vivere quotidiano. In particolare, suo è il compito di custode della memoria. Nel mondo degli Ainu, infatti, non esiste la parola scritta.

Entriamo in una casa Ainu

Noi non abbiamo né templi, né santuari. Ogni casa è tempio, luogo dove si abita ma anche luogo sacro“.

Questo disse a Maraini nel 1939 l’anziano capo Ainu Ekashmatok.

Fulcro della loro vita, come detto, erano le loro case. Vivevano in capanne, a pianta rettangolare, costruite in legno. Le pareti erano di paglia, così pure i tetti erano in fibra vegetale.

La parte più importante della casa era riservata al focolare, luogo sacro, così come lo era la finestra rivolta a est.

Nei prossimi articoli, cercheremo di portarvi alla scoperta del ruolo del focolare, della finestra e, in generale, del sacro nel mondo degli Ainu.

Donne e Uomini nella società

Nel Giappone degli Ainu, compito delle donne, già dedite alla cura dei figli e della casa, era la raccolta di piante e frutti nei mesi meno freddi.

Inoltre, realizzavano semplici utensili di uso quotidiano e, durante la primavera, raccoglievano cortecce di olmo e tiglio che servivano alla realizzazione degli attush (lett. fibra di olmo), ovvero gli splendidi abiti tradizionali Ainu, impreziositi da ricami e altri tessuti, come nell’esempio in foto.

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Attush (Giappone). XIX secolo; applicazioni e ricami in cotone su fondotinta in corteccia di olmo; A x L: 128,9 × 118,1 cm; Dono di Alice Boney; Cooper Hewitt, Smithsonian Design Museum (1962-67-1)

Gli uomini, invece, erano dediti alla caccia e alla pesca, e alla creazione di tutti gli strumenti necessari a tali pratiche.


Gli inau e iku-bashui

Durante l’inverno, gli uomini dedicavano molto tempo alla realizzazione degli inau e degli iku-bashui.

Mentre i primi sono bastoni cerimoniali, dai 45 cm ai 2 metri e mezzo di altezza, all’apparenza semplici, e ricavati da germogli o giovani rami di salice o corniolo, i secondi sono in legno d’acero, ontano o quercia. Vengono utilizzati, sempre nelle cerimonie, per inviare preghiere alle divinità ed offrire loro gocce di sake.

Nella realizzazione di questi manufatti, gli Ainu mostravano tutta la loro maestria e questo era fonte di enorme vanto. Più l’opera era bella ed utile e realizzata con la dovuta cura, e più si riteneva che avrebbe assolto le sue funzioni di protezione dagli spiriti maligni.


Abbiamo solo iniziato il nostro viaggio nel complesso ed enigmatico mondo degli Ainu. Nei prossimi articoli, andremo sulle tracce della loro religione, della loro concezione del cosmo e delle loro, certamente, misteriose origini.


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FONTI:

FOTO:

  • CAPO AINU
  • Donna Ainu recante in braccio un cucciolo di orso: Juliet Bredon (as “Adam Warwick”), Public domain, via Wikimedia Commons

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