Fosco Maraini incontra gli Ainu dell’Hokkaido

Intenso il nostro viaggio all’interno della cultura del popolo Ainu, ma non potremmo essere qui oggi a parlare della loro visione del mondo o dei loro antichi rituali, senza parlare di lui, Fosco Maraini.

Foto in copertina: veduta del Lago Kotan in Hokkaido, dove gli Ainu hanno un importante insediamento.

Ma chi è Fosco Maraini? Non sapremmo trovare parole migliori di quelle di Mieko Namiki…

Chi fosse Fosco-sensei (Maestro Fosco) per il popolo Ainu riluce in modo assai forte attraverso le parole della testimonianza che segue.

Le parole sono di Mieko Namiki Maraini, compagna di Fosco fino al momento della sua scomparsa.


La prima volta che mio marito Fosco Maraini è andato in Giappone è stato molto tempo fa.
Era partito dall’Italia per studiare gli Ainu nell’isola di Hokkaido.
Oltre venti anni fa ci siamo tornati insieme e abbiamo visitato Nibutani, un villaggio dove abbiamo incontrato una persona molto importante, un rappresentante di tale popolo (…).
Ma ancora prima di parlare delle tradizioni degli Ainu, appena arrivati, lui esclamò:”Benvenuto Fosco San, sei arrivato al momento giusto“.
E Fosco chiede perché.
“Ti faccio vedere” disse.
Prese una ciotola piena di cubetti lucidi, quasi trasparenti.
Io e Fosco non capivamo che cosa fossero, e lui ci disse: “Questo cibo è riservato soltanto agli ekashi”, intendendo che era destinato, come forma di rispetto, soltanto ai più anziani del gruppo.
E quei cubetti erano polpastrelli delle zampe anteriori dell’orso, un cibo molto prezioso.
Qualche giorno prima avevano fatto lo Iyomande, la cerimonia di uccisione dell’orso e quindi ci stavano facendo l’onore di mangiare una prelibatezza, un dono speciale.

Da Ainu. Antenati spiriti e orsi. Fotografie di Fosco Maraini. Hokkaido di Francesco P. Campione, Josef Kreiner, M. Gloria Roselli


Indice

Fosco Maraini e l’incontro con la cultura Ainu

I primi anni e la formazione

A Fosco Maraini accennammo già nel primo articolo sul popolo Ainu. Ne era emerso il profilo di uomo appassionato della cultura Ainu, alla quale aveva dedicato buona parte della sua esistenza.

Nacque a Firenze nel 1912, in un contesto piuttosto unico.

La madre, infatti, Yoï Pawlowska, era scrittrice di origine anglopolacca, mentre il padre, Antonio Maraini, era un noto scultore di discendenza ticinese.

Nei primi anni della sua vita, ebbe modo di entrare in contatto con culture, lingue e realtà differenti, viaggiando con la famiglia per l’Europa. Sviluppò una grande passione non solo per le culture diverse dalla propria, ma anche per la fotografia e per la montagna. Di rilievo, fu il fatto che, dopo la maturità classica, si laureò in Scienze Naturali. Questo determinò l’approccio fortemente analitico con il quale riuscì ad entrare in contatto con mondi diversi dal proprio e riportarne a casa, poi, usi e costumi.

Momento di svolta fu, poi, la spedizione nell’Alto Sikkim (area tra Nepal, Tibet, e Bhutan) al seguito di Giuseppe Tucci, orientalista e storico delle religioni, nel corso della quale realizzò migliaia di fotografie, e che gli fece comprendere la passione per la ricerca etnologica e il cosiddetto mondo orientale. Prima di ritornare in Italia, effettuò in solitaria una spedizione in Himalaya dalla quale trasse un libro, Dren-giong. Appunti d’un viaggio nell’Imàlaia, corredato di proprie fotografie.

L’esperienza sul Tetto del Mondo lo convinse definitivamente a dedicarsi alla ricerca etnologica.


Il primo viaggio di Maraini in Hokkaido e l’incontro con il popolo Ainu

Grazie ad una borsa di studio della Kokusai Gakuyu Kai, un’agenzia del governo giapponese, potè partire con la famiglia (nel frattempo si era infatti sposato e aveva avuto la prima figlia), per Sapporo, in Hokkaido.

Fu un viaggio difficile quello che intraprese. Come scrisse, gli stessi Giapponesi cercarono di dissuaderlo in ogni modo:

“Subito mi fu detto che Sapporo era molto inospitale e fredda e che sarebbe stato molto difficile poter avvicinare gli Ainu. Perchè non aspettare la primavera e nel frattempo andare a Kyoto? Mi permisi di insistere e, alla fine, la spuntai”.

F. Maraini, 1954, The last genuine Iyomande?, articolo il cui manoscritto è conservato presso l’Archivio del Museo delle Culture di Lugano

Nel dicembre del 1938, dunque, all’inizio di un inverno assai rigido e nevoso, arrivò a Sapporo da Tokyo, dopo un viaggio di 26 ore di treno e di nave.

Qui, potè dedicarsi allo studio dell’arte e della cultura del popolo Ainu, grazie ai buoni rapporti instaurati con tre autorità in materia: il professor S. Kodama, impegnato nello studio dell’anatomia comparata degli Ainu, il reverendo J. Batchelor, noto missionario e strenuo difensore del popolo Ainu, che tanto ne conobbe la lingua da riuscire a dare alle stampe un dizionario inglese-ainu e, infine, il dott. N. G. Munro, quest’ultimo un noto studioso di cultura Ainu e anch’egli grande difensore delle minoranze etniche in Giappone.

Parte delle sue ricerche saranno poi pubblicate in una delle prime monografie dedicate all’antropologia dell’arte: Gli iku-bashui degli Ainu. Inoltre, nei tre anni di permanenza, riuscì a raccogliere ben 500 opere, la maggior parte delle quali venne poi donata al Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze.


Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze

Tornato a Kyoto nel 1942, divenne lettore di lingua italiana all’Università Imperiale.


Il campo di concentramente ed il rientro in Italia

Subito, però, seguì un periodo molto amaro per Maraini e la moglie Topazia quando, rifiutatisi di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, vennero arrestati ed internati assieme alle figlie in un campo di concentramento a Nagoya, dove rimasero fino all’Agosto del 1945, momento della resa del Giappone.

Maraini venne quindi chiamato a lavorare come interprete dell’Ottava Armata di Occupazione e fu proprio grazie agli Americani che riuscì ad imbarcarsi su una nave per l’Italia, portando con sè e la famiglia, la sua biblioteca e la ricca collezione di opere ora custodite presso il succitato Museo fiorentino.

Non rimase, però, stanziato in Italia. Dopo una pausa siciliana, ritornò in Tibet al seguito di una nuova spedizione di Tucci, viaggio dal quale nacque la raccolta Segreto Tibet, ma fu anche in Grecia e negli Stati Uniti.

Nel 1953 e 1954, finalmente, ritornò in Hokkaido.


Il ritorno in Hokkaido

Del ritorno in Giappone di Maraini, accennammo nel precedente articolo: lo studioso, finalmente libero di muoversi per lo Hokkaido senza dover sottostare ai controlli serrati della Polizia giapponese, trovò questa volta l’isola ed i suoi abitanti che versavano in un tremendo stato di prostrazione.

Scene di cultura Ainu costruite ad uso e consumo dei turisti, imitazioni di totem mai visti in precedenza ed i cimeli delle famiglie vendute per un nonnulla ai soldati americani di passaggio.

Fu allora che si recò a Kotan, villaggio incantevole sulle sponde del Lago Akan, e chiese agli abitanti di riproporre ancora una volta una cerimonia ormai dimenticata, dopo gli anni della privazione: lo iyomande, il rito di invio dell’orso. È buona parte grazie al resoconto di Fosco Maraini ed a quegli scatti che ora molto di più è conosciuto sugli Ainu e sulla loro cultura (e non vedo l’ora di parlarne nei prossimi articoli).

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Fosco Maraini con il capo ainu Ekashmatok, Hokkaido 1954 (FOTO di Ainu. Antenati spiriti e orsi. Fotografie di Fosco Maraini. Hokkaido)

Gli anni successivi

La produzione di Fosco Maraini come scrittore, etnologo e fotografo si mantenne fervente ed instancabile negli anni. Ore Giapponesi (1956) fu un vero bestseller, tradotto in cinque lingue, cui seguirono altri volumi, tra i quali L’isola delle pescatrici (1960) e Japan, patterns of continuity (1971) e Incontro con l’Asia (1973).

Caratteristica dei suoi testi fu che, pur mantenendo il rigore scientifico che i suoi studi gli avevano instillato, la sua narrazione era elegante e piacevole, e testi e fotografia trovavano uguale spazio.

Tanto altro ci sarebbe ancora da dire sull’incredibile vita di Fosco-Sensei, per il quale non sarebbero sufficienti né le mie parole né lo spazio di questo blog.

Dunque, quale miglior modo di salutarvi se non con le sue stesse parole?

Il Giappone per me non è più una cosa che si prenda o si lasci; è una frazione del sangue, un’essenza delle selve interiori”.
Fosco Maraini, 1973, Incontro con l’Asia, De Donato


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