Kōken, l’ultima imperatrice

Koken passò alla storia come l’ultima imperatrice del Giappone antico. Si dovette poi aspettare quasi altri 1000 anni perché un’altra donna potesse salire sul Trono del Crisantemo.

D’altro canto, la nomea che questa regina ottenne non è certamente edificante.

Consegnata ai posteri come esempio di mal governo, Koken è anche nota per il suo colpevole legame con il Buddhismo. In realtà, non con il Buddhismo in generale, ma con un suo rappresentante, il monaco Dōkyō

Prima di immergerci nei dettagli di questa storia, scopriamo qualcosa in più sulla vita di Koken.


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Kōken, la 46° e 48° imperatrice del Giappone

Kōken ed il Buddhismo in Giappone LeggiMee
L’imperatrice Shotoku in un dipinto su seta del XVIII secolo (1)

Il nome di Koken, in realtà, è Abe, e nacque nel 718 da padre di nobile lignaggio.

Egli era infatti l’imperatore Shōmu, impegnato nella diffusione del Buddhismo in Giappone in un periodo di grandi disordini politici e sociali. Per l’imperatore, in effetti, il Buddhismo rappresentava un supporto, per quanto fondamentale, a placare gli animi di un popolo segnato dalle continue lotte intestine e dalle ricorrenti epidemie.

Come vedremo in seguito, però, durante il regno di Kōken, il potere che ottenne il Buddhismo andò ben oltre a quello di mero supporto…

La madre della principessa, invece, era l’imperatrice consorte Kōmyō, del potente clan dei Fujiwara, protagonista quasi quanto Kōken di quest’articolo.

Kōken, nemmeno ventenne, venne nominata dal padre taishi (太子), ovvero principessa ereditaria, un titolo che era consuetudine dare unicamente ai figli maschi. Ella, unica figlia dell’imperatore rimasta in vita, divenne imperatrice nel 749.


Il primo regno di Koken (749-758)

Kōken si dimostrò una governatrice energetica e capace ma dovette scontrarsi sin da subito con le mire sempre più alte della famiglia Fujiwara. Infatti, pur essendo stato designato un nuovo principe ereditario da parte del precedente imperatore Shōmu, i Fujiwara fecero in modo di sostituirlo con un candidato a loro più consono.

Tutto poi precipitò alla morte dell’imperatore nel 757.

Imperatore Shomu, padre di Kōken, in un dipinto del XIII secolo (2)

Senza menzionare i numerosi giochi di potere e matrimoni d’interesse, fu assai facile a quel punto per il nuovo principe ereditario Ōi salire al trono con il nome di imperatore Junnin. Egli era poco più di una marionetta nelle mani dei Fujiwara e, in effetti, molte fonti lo hanno soprannominato l’“imperatore senza trono”.

Fu a quel punto che la vita dell’ex imperatrice ebbe un punto di svolta.


Kōken ed il Buddhismo: l’incontro con il monaco Dōkyō

Quando Kōken accettò, o meglio, si ritrovò costretta ad abdicare, probabilmente era già malata.

Fu allora che venne a conoscenza dei poteri curativi che sembrava possedere un monaco, tale Dōkyō.

Pochi anni prima, a partire dal 748, egli era divenuto accolito presso il grandioso Tempio del Tōdai-ji a Nara, centro del potere religioso giapponese, così come aveva voluto l’imperatore Shōmu.


Chi è Dōkyō: le pratiche meditative ed i poteri di guarigione

Quando Koken incontrò Dōkyō, quest’ultimo aveva già 60 anni.

Allievo di un maestro confuciano, egli possedeva anche una notevole cultura (conosceva addirittura il sanscrito), che lo fece arrivare a posizioni di prestigio nel corso della vita.

In particolare, però, egli era conosciuto per le sue pratiche di meditazione, davvero poco approvate dagli altri monaci buddhisti. In effetti, anziché perseguire l’Illuminazione, queste pratiche, spesso abbinate a lunghi periodi di privazione sulle montagne, miravano piuttosto all’acquisizione di poteri soprannaturali, soprattutto di guarigione.

Ecco dunque che Koken lo chiamò a sé nel 761, l’anno in cui si aggravò.


Kōken ritorna a Nara

Finalmente Koken guarì e poté tornare a Nara.

Il ritorno non fu certamente facile, anche perché portò con sé il monaco e malelingue su una possibile ed inappropriata relazione tra i due religiosi iniziarono presto a circolare, alimentate forse dallo stesso imperatore, fomentato dai Fujiwara.

Koken, anche in risposta a queste voci, emanò un editto. Da allora, il già imperatore fantoccio Junnin avrebbe avuto ancora meno potere. Se sui cerimoniali avrebbe avuto ancora voce in capito, l’ex imperatrice si sarebbe arrogata il diritto di deliberare su tutto il resto. A Junnin non restò che farsi monaco e ritirarsi.

Iniziò dunque l’ascesa di Dōkyō che, grazie alla nomina di Koken, arrivò ad ottenere uno dei più alti gradi della scala ecclesiale.

Sembrava quindi che il duo Koken-Dōkyō non potesse conoscere rivali.

Poco tempo dopo, un fallito tentativo d’insurrezione da parte dei Fujiwara fece sì che Koken abbia potuto finalmente sbarazzarsi al contempo del suo mandante, Fujiwara Nakamaro, e di Junnin, che venne mandato in esilio, dove morì poco dopo a 33 anni.


Il ritorno di Kōken sul trono: l’imperatrice Shōtoku (764-770).

Per consolidare la propria posizione e quella del proprio consigliere, Koken emanò un nuovo editto. D’ora in avanti, un imperatore che sia monaco avrebbe potuto scegliere come proprio primo ministro un altro monaco.

Si trattò di un vero trionfo per la scalata al potere di Dōkyō che poté iniziare ad esercitare non solo un potere religioso, ma anche politico.

Come già sotto il governo del padre di Kōken, gli anni di questo secondo regno furono essenziali per la diffusione del Buddhismo in Giappone.

Non solo Dōkyō fece accrescere l’importanza, la ricchezza e la diffusione dei templi in ogni provincia del Giappone, ma capì che poteva osare ancora di più.

Ecco dunque che la sua figura divenne sempre più importante, tanto che ad un certo punto le sue vesti e gli oggetti che gli appartevano divennero considerati sacri come se fossero imperiali, scatenando l’ira ed il malcontento dei suoi avversari che, come ormai sappiamo bene, sono ancora i Fujiwara.


Kōken renderà il Buddhismo così importante da nominare un monaco imperatore?

Nonostante Dōkyō avesse ottenuto una tale fiducia da parte dell’imperatrice, e nonostante ci fossero stati dei segnali a favore di un monaco imperatore (erano state viste le nuvole dai 5 colori nei cieli sopra Ise e Mikawa nel 767), tutto ciò non riuscì a smuovere del tutto Kōken.

Le nuvole dai 5 colori sono uno dei modi in cui il divino (Buddha, boddhisatva…) si manifesta alle persone che lo stanno cercando. Vedere quindi le nuvole dai 5 colori è un segnale di buon auspicio.

In effetti, preoccupata che i segnali divini potessero essere stati male interpretati (in fondo, non c’era nulla di effettivamente chiaro), fece consultare nuovamente l’oracolo di Hachiman nel Kyushu.

Quando si scoprì il vero, la situazione tra i due era ormai compromessa.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, non accadde nulla.

L’imperatrice, infatti, non intervenne.

Solo poco tempo dopo, alla morte dell’imperatrice nel 770, Dōkyō venne immediatamente esiliato ed i Fujiwara misero sul trono un nuovo imperatore.

Per quasi 1000 anni, nessuna donna potè accedere al trono dell’impero.


Quindi fu per causa del Buddhismo che la reputazione di Kōken rimase compromessa?

Che sia stato per colpa del Buddhismo e di Dōkyō che le donne, dopo Kōken, non abbiano potuto per lungo tempo accedere alla carica di imperatrici, è solo una parte della storia.

Studi più recenti fanno pensare che in realtà Kōken fosse una politica abile e sagace e che abbia saputo sfruttare le capacità del monaco, senza mai conferirgli il titolo da lui desiderato.

In ogni caso, è necessario ampliare la propria visione al contesto in cui l’imperatrice si ritrovò a governare.

Da un lato, le correnti di pensiero buddhiste che arrivavano dalla Cina conducevano sempre più la società giapponese a ritenere che l’unica possibilità di successione forse per via maschile. E se nella vita quotidiana si poteva soprassedere a questi principi e mantenerli solo a livello teorico, per la linea di successione imperiale la questione era ben diversa.

Dall’altro lato, il periodo in cui regnarono le sovrane, l’ultima delle quali Kōken, furono secoli di grave instabilità politica. Sembrò quindi scontato che le cose potessero essere semplificate se il passaggio di potere fosse avvenuto, da allora in avanti, solo per via maschile.

Ecco quindi che addurre alla scarsa popolarità dell’imperatrice una banale questione di fiducia nell’uomo sbagliato… Può davvero fuorviare il pensiero.


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FONTI:

  • Lepekhova, E. (2017). Two Asian Empresses and Their Influence on the History and Religion in Tang China and Nara Japan (VII-VIII cc.). Asian Social Science, 4, 20.
  • Bender, R. (1979). The Hachiman Cult and the Dōkyō Incident. Monumenta Nipponica, 34(2), 125–153. https://doi.org/10.2307/2384320.
  • Tsurumi, E. P. (1981). Japan’s Early Female Emperors. Historical Reflections / Réflexions Historiques, 8(1), 41–49. http://www.jstor.org/stable/41298739
  • Ko, D., Haboush, J. K., & Piggott, J. R. (Eds.). (2003). Women and Confucian Cultures in Premodern China, Korea, and Japan (1st ed.). University of California Press. http://www.jstor.org/stable/10.1525/j.ctt1pp3b9
  • Mary Anne Cartelli. (2004). On a Five-Colored Cloud: The Songs of Mount Wutai. Journal of the American Oriental Society, 124(4), 735. https://doi.org/10.2307/4132115

IMMAGINI:

  1. 日本語: 住吉広保English: Sumiyoshi Hiroyasu, Public domain, via Wikimedia Commons
  2. Unknown author, Public domain, via Wikimedia Commons

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