Matrimonio shintoista: una tradizione inventata

Se le origini dello Shintoismo si perdono nella notte dei tempi, stupirà sapere come il rito di matrimonio shintoista sia invece una tradizione del tutto recente.

Quanto recente?

Molto più di quanto si possa immaginare. In effetti, il primo matrimonio shintoista venne celebrato infatti a inizio Novecento… Sconcertante, non è vero?

Scopriamo insieme perché.

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Una coppia in procinto di sposarsi secondo il rito shintoista

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Le origini del matrimonio shintoista

La Restaurazione Meiji

Il matrimonio shintoista è un istituto recente, frutto degli enormi cambiamenti che stavano sconvolgendo il Giappone a fine Ottocento.

Stiamo parlando della cosiddetta Restaurazione Meiji, quel periodo di tempo durante il quale il Giappone fu costretto ad aprirsi al mondo esterno dopo secoli di chiusura (il sakoku).

Tale processo, formalmente una “restaurazione del potere imperiale” (ecco il perché del nome), fu in realtà un cambiamento che sconvolse secoli di tradizioni ed usi in virtù di una necessaria modernizzazione.

Il modello da seguire, con gli opportuni accorgimenti, era il modello occidentale.

E, dunque, tornando all’argomento del nostro articolo: tutto torna.

Il matrimonio shintoista nacque, con tutto il suo apparato di riti e significati autoctoni, come risposta giapponese al matrimonio cristiano. E fu proprio quest’apparato di tradizioni che permise al rito nuziale shintoista di divenire rapidamento un elemento distintivo della cultura giapponese.


Un matrimonio shintoista al Meiji Jingu di Tokyo

E prima di allora? Come veniva celebrato il matrimonio shintoista?

In realtà, prima del Novecento, la celebrazione del rito nuziale era scevra da componenti religiose.

In epoca Nara (710-794) ed Heian (794-1185), dal momento che il matrimonio veniva combinato tra ragazzi molto giovani, si trattava più che altro di un accordo tra famiglie.

Il rito nuziale era chiamato i “mochi delle 3 notti” (mochi = dolcetto fatto con pasta di riso glutinoso).

Questo nome, i “mochi delle 3 notti”, deriva dal fatto che i dolcetti di riso venivano serviti dalla madre della sposa (o degno sostituto) alla futura coppia di sposi, che li avrebbe consumati al riparo della camera da letto.

Questo gesto aveva due funzioni simboliche: da un lato quella di far scoprire alla famiglia della sposa l’esistenza del ragazzo. Dall’altro, quella di far consumare allo sposo il cibo preparato nella casa della futura moglie.

Il terzo giorno lo sposo lasciava la camera da letto, indossava un abito preparatogli dalla famiglia di lei e si presentava formalmente ai futuri suoceri e parenti. L’evento era seguito da un grande banchetto chiamato tokoroarawashi.

In realtà, però, questo non era l’unico modo per sposarsi…

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Daifuku mochi (chiamato anche semplicemente daifuku) è un mochi farcito con marmellate

L’alternativa al rito dei “mochi delle 3 notti”: il rapimento della sposa

Già dal titolo di questo paragrafo sembra piuttosto chiaro capire dove andremo a parare.

Il rito nuziale poc’anzi descritto, infatti, quantunque considerabile alla stregua di semplice contratto, era assai costoso, e non tutte le famiglie potevano permetterselo.

Per tale ragione, lo sposo, spesso aiutato dai suoi fedeli amici, studiava un modo per rapire l’amata. Una volta rapita, si avvisava la famiglia di lei che non poteva far altro che accettare lo sposo.

Si tratta di una pratica molto presente in letteratura, utilizzata anche quando le famiglie non erano d’accordo con l’unione dei due sposi (ricordiamoci che il matrimonio è un semplice contratto, e le famiglie devono avere vantaggi economici e sociali dalla sua stipula).

Ci sono molte varianti a questa consuetudine: alle volte la sposa stessa era al corrente del suo rapimento e partecipava alla sua organizzazione! Altre volte, non sapeva nulla, e non conosceva nemmeno l’identità dello sposo. Poteva capitare infatti che l’uomo, temendo un rifiuto, preferisse procedere per questa via che, in ogni caso, era socialmente accettata. Il rapimento della sposa era infatti un matrimonio a tutti gli effetti.


Il primo matrimonio shintoista della storia: un’unione imperiale

Il primo matrimonio shintoista venne celebrato il 10 maggio 1900. Si trattava dell’unione del futuro imperatore Taishō, il ventenne Yoshihito, con la principessa Kujō Sadako, allora quindicenne, presso il Palazzo Imperiale di Tokyo.

Gli organizzatori della cerimonia cercarono il più possibile di affiancare elementi dello Shintoismo, proclamata religione di Stato, con i costumi di corte.

Il matrimonio shintoista dell’imperatore Yoshihito con la principessa Kujō Sadako. Nella stampa è presente anche l’imperatore Meiji e altri membri della corte.

Utilizzare e, potremmo quasi dire “inventare” un rito esclusivamente giapponese, fu un modo per unire un popolo provato dall’apertura al resto del mondo. L’intento era quello di contrastare il pericolo di veder dissolvere la propria identità, costruendo una nuova immagine, forte ed unica. Se ricordate, ne parlammo diffusamente a proposito del concetto di identità giapponese e kotodama.

Il risultato fu che, dopo soli 2 anni, moltissimi Giapponesi iniziarono a sposarsi secondo il rito shintoista.


Com’era strutturato un rito nuziale shintoista a inizio Novecento?

Ci potevano essere delle variazioni, a seconda del luogo in cui la cerimonia veniva officiata. Sostanzialmente, però, la cerimonia era così strutturata:

  • I riti di purificazione;
  • Le offerte ai kami, ovvero le divinità;
  • Le preghiere (norito);
  • Lo scambio delle coppie di sake;
  • La lettura dei voti nuziali;
  • Lo scambio degli anelli;
  • Danze rituali e ricevimento.

Come potete vedere dall’elenco, non tutti quegli elementi fanno prettamente parte della tradizione shintoista.

Lo scambio degli anelli, per esempio, è ripreso dalla tradizione cristiana e può essere tranquillamente omesso dal rito.

Ad ogni buon conto, però, il generale senso di sacralità che pervade questo nuovo tipo di matrimonio è di sicura derivazione cristiana.


Cosa cambia nel secondo Novecento? Il business matrimoniale

Quando il Giappone perde la guerra, la storia viene nuovamente riscritta. L’imperatore non può più essere di origine divina e lo Shintoismo non può più essere religione di Stato.

Ecco dunque che il clero shintoista si ritrovò a perdere non solo la sua importanza, ma anche il proprio mezzo di sostentamento.

Ecco che allora, il passaggio fu definitivo.

I membri del clero iniziarono così a diventare “organizzatori di matrimoni” e il nuovo modo di sposarsi divenne “tradizione”.

Il Meiji Kinenkan presso il Santuario Meiji di Tokyo divenne la prima “location” per matrimoni nel 1947.



In fondo, chi si sposava nella seconda metà del Novecento non aveva mai conosciuto un modo diverso di sposarsi: e non è forse così che nascono le tradizioni? I nuovi matrimoni vennero presto associati ai riti nuziali descritti nella letteratura di epoca classica, l’epoca Heian, trasformando un’usanza di nemmeno 50 anni in un rito secolare.

Naturalmente, nell’immediato dopoguerra le feste di matrimonio erano ben semplici ed austere, ma con l’andare del tempo subirono una radicale trasformazione fino a diventare cerimonie sontuose.

Il boom economico e il fatto che le famiglie, prima formate da contadini, i cui guadagni erano legati al ciclo della terra, ora fossero formate da dipendenti di grandi aziende con entrate stabili, favorì il cambiamento del modo di percepire i riti nuziali.

Non solo!

L’indipendenza economica fece anche sì che per i novelli sposi non fosse più necessaria l’approvazione né di entrambe le famiglie, né dei villaggi di appartenza (com’era sempre stato).

Ecco, dunque, che cambiando la società cambiano pure le tradizioni, riflesso del loro tempo, e anche il matrimonio shintoista cambiò aspetto…

Quale diviene dunque la struttura del rito? Lo vediamo nel prossimo paragrafo!


La cerimonia shintoista nel secondo Novecento: il ricevimento

Invertendo l’ordine degli eventi, abbiamo deciso di partire proprio dalla fine!

Innanzitutto, rispetto alle cerimonie precedenti, cambia la composizione degli invitati.

Se prima, oltre a parenti ed amici, vi erano i rappresentanti del villaggio in qualità di ospiti “anziani” e quindi ospiti d’onore, ora la questione cambia. I nuovi invitati non sono più i rappresentanti del villaggio, ma i propri superiori in azienda, che divengono, a tutti gli effetti, ospiti d’onore.

Essi, però, non venivano invitati per tutto l’arco della cerimonia, ma soltanto al ricevimento.

Ecco perché assistiamo ad un nuovo “prestito” dalla cultura europea ed americana: la torta nuziale, introdotta intorno agli Anni Sessanta.

Essa aveva un valore meramente simbolico: si trattava infatti di una torta finta alta 2 metri o più e che veniva utilizzata per il simbolico taglio da parte degli sposi (c’era solo una minuscola parte edibile laddove gli sposi avrebbero effettuato il taglio). Essa però simboleggiava il vincolo matrimoniale davanti ai propri illustri invitati.

Per chi fosse preoccupato che gli ospiti non consumassero la torta (solo io, lo so), in realtà, fette di un’altra torta (questa volta vera) venivano distribuite successivamente.

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La cerimonia di fidanzamento: yuinō 結納

Come anticipato prima, ora raccontiamo che cosa ben avviene prima del ricevimento.

Il matrimonio shintoista, infatti, inizia con la cena di fidanzamento, circa 6 mesi prima della data delle nozze.

Solitamente si tratta di una festa organizzata a casa della sposa e, per l’occasione, vengono donati alla futura coppia di sposi, una serie di doni benaugurali. Si tratta di oggetti dall’altissimo valore simbolico, come conchiglie (= longevità), ventagli (= futuro radioso), denaro, ecc.

A seguire, si sceglierà il giorno propizio alla celebrazione del rito (in quest’articolo, avevamo parlato dei giorni Rokuyō, ovvero i giorni fortunati).


Il rito shintoista

La cerimonia inizia al di fuori del recinto del santuario.

Inizialmente, fanno il loro ingresso gli sposi, protetti da un parasole di colore rosso, seguiti dai familiari più stretti.

Si esegue il rituale della purificazione, si legge la formula matrimoniale e si effettua la danza sacra.

Poi segue il momento più importante della cerimonia: il san san kudo (三々九度).

Letteralmente significa “3-3-9 volte” e consiste nel momento in cui gli sposi bevono 3 tazze di sake per 3 volte (il 3 è un numero fortunato, e il 9 è multiplo di 3).

A questo punto, il rito riprende molto dalla tradizione cristiana, infatti seguono lo scambio degli anelli, il giuramento nuziale e le congratulazioni da parte degli astanti.


Il racconto di un matrimonio shintoista.
La voce narrante parla inglese ma il video riesce a esprimere bene attraverso le immagini i vari momenti e l’atmosfera che si respira.

Quello che preme ricordare, è che nell’arco della giornata, tutti saranno ben attenti ad evitare qualsiasi parola possa evocare il senso di rottura (imikotoba). Questo, naturalmente, per effetto del concetto di kotodama.

Di imikotoba e kotodama parliamo più estesamente in quest’articolo.


Che dire in conclusione?

La sacralità che pervade i matrimoni shintoisti e dalla quale siamo magneticamente affascinati è, in realtà, un riflesso della nostra stessa cultura.

Ironico, non credete?


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FONTI:

  • Shida, K. (1999). The Shintoist wedding ceremony in Japan: an invented tradition. Media, Culture & Society, 21(2), 195–204. https://doi.org/10.1177/016344399021002004.
  • Pratt, C. (2021). 12. The Shinto Wedding Ceremony: A Modern Norito. In G. Tanabe (Ed.), Religions of Japan in Practice (pp. 135-138). Princeton: Princeton University Press. https://doi.org/10.1515/9780691214740-018.
  • Nickerson, P. (1993). The Meaning of Matrilocality. Kinship, Property, and Politics in Mid-Heian. Monumenta Nipponica, 48(4), 429–467. https://doi.org/10.2307/2385292.

FONTI IMMAGINI:

  1. Coppia in procinto di sposarsi. Fonte: Pixabay (User: PEXELS).
  2. Daifuku mochi. Fonte: Pixabay (User: Khemanun Rugyooprasert).
  3. Il matrimonio del principe ereditario Yoshihito in una cromolitografia del 1900. Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C. 20540 USA.
  4. Matrimonio shintoista. Fonte: Flickr (User: 8#X).

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