Effetti del kotodama sulla comunicazione (verbale e non)

Pur essendo il kotodama un concetto riconsiderato solo negli ultimi decenni (qui l’articolo), gli effetti sulla comunicazione giapponese sono tuttora riscontrabili ed osservabili.

La credenza che la parola pronunciata possa effettivamente realizzarne il suo contenuto, questo il significato di kotodama, influenza e modifica tuttora il modo di parlare dei Giapponesi.

Dal semplice akemashite omedetou gozaimasu (明けましておめでとうございます, “Buon Anno nuovo”), dove in realtà è sottesa la preghiera che l’anno sia effettivamente “buono” grazie al potere del kotodama, in realtà moltissimi sono gli altri esempi che si possono fare.

Gli effetti del kotodama sono inoltre riscontrabili in tutti quei casi in cui la comunicazione non voglia essere diretta per non mettere a disagio il parlante oppure lo stesso interlocutore. E qui, dobbiamo introdurre due concetti fondamentali del modo di comunicare giapponese: hon’ne e tatamae. Vediamoli insieme!

Prima di immergerti nella lettura, ricorda che puoi rimanere in contatto con noi attraverso
nostri canali social
oppure tramite
la nostra newsletter!!


Hon’ne e Tatamae

Il Professor Robert March, nell’intento di descrivere tatamae ed honne disse che tatamae è la facciata della comunicazione, mentre hon’ne ciò che vi sta dietro. In realtà, aggiunse anche che tatamae non è semplicemente una maschera, ma una faccia che si adatti al meglio ad una particolare occasione.

Approfondendo, tatamae (建前, lett. “costruire davanti) è ciò che è permesso dire e mostrare in pubblico. È il comportamento che la società si aspetta che ognuno adotti, in base alla propria posizione ed alla circostanza.

Non è detto che tatamae corrisponda ad hon’ne (本音, lett. “vero suono”), ovvero ciò che si vorrebbe effettivamente dire e fare, anzi, e si può ben comprendere come questo possa far scaturire notevoli problematiche.

Naturalmente sono concetti da analizzare con moltissima cautela, onde evitare di dare adito a considerazioni troppo nette, che ricadrebbero velocemente all’interno di quelle teorie sull’omogeneità e sul desiderio di evitare qualsiasi conflitto, che fanno parte del ben noto nihonjiron.

Approfondiamo nei prossimi paragrafi come questi concetti, unitamente al kotodama, abbiano effetti sulla comunicazione giapponese.


Gli effetti del kotodama nella comunicazione: le ImiKotoba

Le imikotoba (忌み言葉) sono le parole “taboo”, ovvero tutte quelle parole o espressioni che si ritiene possano portare sfortuna se pronunciate (per il potere del kotodama).

Sono particolare evitate nelle occasioni cerimoniali, in particolare durante matrimoni e funerali.

Ecco alcuni esempi di parole vietate ai matrimoni:

  • Wakareru (別れる, dividere);
  • Kiru (切る, rompere);
  • Owaru (終わる, terminare);
  • Kaeru (帰る, ritornare).

Ecco alcuni esempi da parole vietate ai funerali:

  • Kaesugaesu (返す返す, ripetutamente);
  • Ou (追う, seguire);
  • Tsuzuku (続く, continuare);
  • Kasanaru (重なる, duplicare).

Ci sono anche altre occasioni in cui certe parole sono vietate. Ad esempio, quando un membro della famiglia si accinge a fare i test di ammissione nelle università, non verranno dette parole che richiamino l’idea di fallimento, come ochiru (落ちる, cadere), o korobu (転ぶ, cadere).

Un altro esempio è surume (するめ), ovvero i “calamari seccati”, parola che viene evitata da venditori e scommettitori a causa dell’associazione con il verbo suru (擦る), che significa “perdere soldi”. Si preferisce utilizzare atarime (当たりめ), per la sua assonanza con atari (当たり), ovvero “successo”.

Naturalmente tutto ciò si verifica anche nel senso opposto, ovvero nella predilizione per parole che contengano il significato di “felice”, “fortunato”, come spesso accade nella scelta dei nomi dei luoghi.

In Hokkaido, ad esempio, due stazioni sono chiamate “La stazione della gioia” (幸福駅, Kōfuku-eki) e “La stazione del Paese dell’amore” (愛国駅, Aikoku-eki). Chi possegga i biglietti per queste due stazioni è come se avesse in tasca un augurio di amore e felicità!

koufuku station effetti del kotodama sulla comunicazione leggimee
幸福駅, Kōfuku-eki, la stazione della gioia

Imina: l’usanza di non chiamarsi per nome

Imina (諱) significa “vero nome” e deriva da 忌み+名 (se notate, la prima parte 忌み è la stessa vista poc’anzi in 忌み言葉, imikotoba). Si tratta del vero nome che è necessario evitare di pronunciare per non incorrere in taboo o, addirittura, nella morte.

C’era infatti l’usanza nell’antico Giappone, almeno fino al periodo Meiji (iniziato nel 1868) di non chiamare le persone con il proprio nome, ma usando degli altri nomi o delle espressioni. In uno dei primi articoli, parlammo di Sei Shōnagon il cui vero nome sembra fosse Kiyohara Nagiko, ma in realtà la lista di personaggi conosciuti tramite il loro pseudonimo, piuttosto che il nome proprio, è davvero lunga.

Alla morte poi, lo imina non veniva più utilizzato, e al suo posto veniva utilizzato il “nome postumo”, lo okurina (贈り名 oppure 諡).

Oggi sebbene quest’usanza non sussista più, ne perdurano gli effetti nella comunicazione, anch’essi frutto del kotodama.

Ad esempio, il padre di famiglia viene chiamato anche dalla moglie papa (パパ, “papà”) o otousan (お父さん, “papà/padre”). In azienda, un capo viene chiamato “capo” (部長) dai suoi sottoposti, e, più in generale, si viene chiamati con il proprio cognome (family name) con l’aggiunta del suffisso “san”, anziché con il nome proprio.

Gli imperatori stessi non vengono chiamati con il nome proprio, bensì con delle espressioni e perifrasi come “l’imperatore” o “il principe ereditario”.

E non si tratta soltanto di una forma di rispetto. Vediamo perché nei prossimi paragrafi.

Gli effetti del kotodama nell’uso dei nomi propri

Il ricercatore e scrittore Motohito Izawa spiega il motivo per cui si eviti pronunciare e, in passato, far conoscere, il nome proprio in questi termini:

Nel mondo del kotodama, conoscere il nome di una persona significa dominarla.
Il suo nome (la “parola”) e ciò che è rappresentato da quel nome (la persona, ovvero la “cosa”) sono inseparabili. Il kotodama infatti unisce le parole con ciò cui si riferiscono (…).
Un nome non è un nome soltanto: è la persona stessa“.

Izawa, M. (1995), Kotodama, Tokyo: Shodensha.

E per aggiungere un po’ di sapore nostalgico alla nostra trattazione, riportiamo un componimento del Man’yōshū (la “Raccolta delle Diecimila Foglie”)…

“We have been together quite a while; however please don‘t tell anybody my name“.

Componimento #590 tratto dal Man’yōshū

L’importanza della scelta del nome proprio

Anche oggigiorno, la scelta del nome di un nascituro è quantomai importante e, in particolar modo, lo è la scelta dei caratteri che costituiranno tale nome (il Giapponese è ricchissimo di omofoni, ricordate?).

Naturalmente la scelta ricade su caratteri beneauguranti ma, come in altre circostanze viste all’inizio di quest’articolo, lo scopo non è quello di mero portafortuna. Secondo il kotodama, infatti, pronunciare un nome significa avverarne il suo significato.

Pertanto, se il temperamento di una persona si allontana dal significato del suo nome in senso negativo, non sarà raro sentir dire “Non è degno del suo nome“!

Oltre agli effetti nell’utilizzo dei nomi propri, il kotodama influenza anche altri aspetti della comunicazione quotidiana, come vedremo di seguito


L’utilizzo delle forme onorifiche

Una delle cose più difficili da affrontare nello studio del giapponese sono proprio le forme onorifiche. Il giapponese è infatti una delle lingue che ne presenta di più.

Esse si differenziano a seconda del livello del parlante ma anche a seconda del livello dell’interlocutore. Sono diverse in base al rapporto che intercorre tra i due, all’età e alle circostanze in cui essi si ritrovano a colloquiare. Per uno che non sia parlante nativo, lo studio è davvero molto lungo e complesso.

L’uso delle forme onorifiche è certamente una forma di rispetto ed umiltà, ma ha anche altre funzioni.

Sembra infatti che derivino dalle espressioni utilizzate quando ci si rifeririva alle divinità. Anch’esse si basano sul concetto di kotodama, nel senso visto all’inizio di questo articolo: utilizzare espressioni ricercate che non siano però dirette. La finezza di queste espressioni è utile anche a contrastare la paura nei confronti delle imikotoba, ovvero dei taboo.


Qualche breve considerazione sugli effetti del kotodama nel modo di comunicare

Davvero molto ci sarebbe ancora da dire, in quanto gli effetti del kotodama investono molteplici aspetti della vita e della comunicazione di ogni giorno.

In uno dei prossimi articoli, sarà molto interessante parlare anche del rapporto tra questo concetto di kotodama, la politica e i media.

Secondo voi, c’è una qualche relazione? Ditecelo nei commenti!

Se vuoi rimanere aggiornato con tutte le ultime novità del blog,
segui i nostri profili Facebook ed Instagram iscriviti alla newsletter!
Puoi anche raccontarci cosa ne pensi scrivendoci una mail!


FONTI:

  • Furuoka, F., & Iwao, K. A. T. O. (2008). The ‘Honne-‐Tatemae’ dimension in Japan’s foreign aid policy: Overseas Development Aid allocations in Southeast Asia. Electronic Journal of Contemporary Japanese Studies, (6).
  • Hara, K. (2001). THE WORD “IS” THE THING: The “Kotodama” Belief in Japanese Communication. ETC: A Review of General Semantics, 58(3), 279-291. Retrieved June 30, 2021, from http://www.jstor.org/stable/42578117.
  • Kosugi, H. (2010). Performative power of language: Japanese and swearing. Jurnal Teknosastik8(2), 30-37.
  • Motohito Izawa, Wikipedia (articolo consultato il 30/06/2021).

FONTI DELLE IMMAGINI:


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna in alto